Psicosi: integrazione della sintomatologia, ristrutturazione dell’Io, riorganizzazione del Sé

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Descrizione

[:it]La pratica clinica riconosce nel ripristino dell’esame di realtà il massimo obiettivo possibile e/o auspicabile del trattamento delle psicosi. In casi di esordio psicotico un intervento esitato positivamente è rappresentato da quelle circostanze in cui il paziente riesca a recuperare lo status quo ante la fase acuta del disturbo; quest’ultima, per intenderci, è quella durante la quale i sintomi più rappresentativi, ovvero deliri ed allucinazioni, si manifestano determinando lo stato dissociativo; se per di più, nel momento del riordino dell’esame di realtà, si riuscisse a ottenere dal paziente una posizione critica rispetto alla fase acuta, quindi un riconoscimento del fatto che quello appena attraversato non è stato altro che un periodo di “alterazione del normale funzionamento neuro-psicologico”, di “disturbo psicopatologico”, in sintesi di “malattia mentale”, allora il più desiderabile obiettivo terapeutico potrebbe ritenersi raggiunto, ed il personale sanitario potrebbe valutare come conclusa quella fase del disturbo, nella speranza che nuovi episodi non si manifestino in futuro e quindi che non si tratti di un caso di disturbo con una spinta processuale. In casi del genere, il che equivale a dire nella quasi totalità delle circostanze, la fase acuta è dunque concepita come una parentesi di malattia su cui si è cercato di intervenire in maniera quasi “chirurgica”, alla stessa stregua di un intervento per l’asportazione di un tessuto canceroso. La nostra esperienza ci ha portato invece a credere che, se si presta un particolare ascolto alle produzioni psicotiche in fase di acuzie, il percorso terapeutico ne riceverà un grande beneficio evidenziando che, in sostegno alle consuete forme di cura, l’integrazione di una componente psicoterapica nel trattamento delle psicosi aiuta notevolmente ad alleviare la sofferenza, a dare un senso all’esperienza di malattia e, nei casi più fortunati, a diminuire significativamente le ricadute dissociative.[:en]Clinical practice identifies the reactivation of reality testing as the most achievable and desirable aim in the healthcare-specialised treatment of psychosis. In summary, in the cases of psychotic onset and similar scenarios, a positive intervention is represented by those circumstances in which the patient is able to regain his status quo ante the acute phase of the disorder. This phase, just to be clear, is the one throughout which the most representative symptoms, such as delusions and hallucinations, arise determining the dissociative state. In addition, if during the reorganization of reality testing the patient is able to have a critical position relating to his acute state, and thus, an acknowledgement that what he has gone through was just a period of “alteration of the normal neuropsychological functioning” or a “psychopathological disorder”, synthesisable as the concept of “mental disease”, then the most desirable therapeutic aim can be considered achieved. At that point, the healthcare staff will be able to deem that phase as being over, with the hope that no further episode occurs in the future, which would indicate a non-chronic development. In these circumstances, the acute phase is seen as a brief interval throughout which we have dealt with the disease in a sort of surgical way, as is with the removal of a cancerous tissue. Our experience, gathered over a ten-year period of clinical practice, has led us to believe that, if we listen and pay attention to the psychotic contents in the acute and non-acute phases, the therapeutic pathway may obtain benefits. This highlights the potential of the integration of a psychotherapeutic component and medical care as a way to alleviate the various forms of suffering, in addition to the usual treatments of psychosis. The integration also gives meaning to the personal experience of disease and, in the more opportune cases, reduces the dissociative relapses significantly.[:]

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