Descrizione
Thomas Szasz, psicoanalista e filosofo politico naturalizzato americano, ha sviluppato una radicale critica dell’idea stessa di psichiatria, intrecciando il pensiero liberale, la psicoanalisi e la filosofia del linguaggio.
Secondo Szasz, il concetto di “malattia mentale” rappresenta soprattutto un costrutto linguistico e sociale, funzionale al mantenimento di un sistema di controllo e coercizione. Spesso accostato impropriamente ai movimenti antipsichiatrici degli anni Settanta, dai quali lo separava una profonda distanza teorica e politica, Szasz ha dedicato oltre mezzo secolo alla difesa dell’autonomia individuale e alla critica delle istituzioni terapeutiche e proibizioniste.
Questa antologia è pensata per chi, dentro e fuori la psichiatria, voglia confrontarsi con una delle critiche più radicali e rigorose mai rivolte al concetto di malattia mentale: dalla psicoanalisi come pratica di libertà alla critica della “malattia mentale”, fino alle sue battaglie contro il proibizionismo e l’antipsichiatria di sinistra.
Il libro riunisce dieci scritti di Thomas Szasz scritti tra il 1965 e il 2011, allo scopo di fare un po’ di chiarezza su alcuni fraintendimenti: Szasz non è un antipsichiatra, se per antipsichiatria si intende l’impianto ideologico socialista che continua a sostenere l’idea di una coercizione “a fin di bene”; l’individualismo di Szasz non è affatto indifferente alla sofferenza umana, né tantomeno nega l’importanza delle relazioni di aiuto; Szasz non è a favore della droga o del suicidio assistito; infine, Szasz non è adepto di nessuna chiesa, ma critica in egual modo amici e nemici. Con questo libro, chi non l’ha mai conosciuto scoprirà uno scrittore brillante che, in netta controtendenza rispetto al mondo contemporaneo, propugna il supremo valore della responsabilità del singolo e si oppone alla medicalizzazione della vita quotidiana.

